Giampaolo Quirinali architetto Verona. Restauro San Giovanni in campagna. Video
Restauro San Giovanni in campagna. Pubblicazione. Giampaolo Quirinali architetto Verona

 

 

 

 

Enti di tutela

Comm. Arte Sacra: Don Tiziano Brusco

SBAP: Sabina Ferrari

Ruggero Boschi

Gianna Gaudini

SBSAE: Anna Malavolta

SBA: Brunella Bruno

 

Progetto e drezione lavori

Giampaolo Quirinali

 

Collaboratori e consulenti

Sicurezza CSP-CSE: Davide Quirinali

Impianti: Geo Studio

Scavo archeologico: S.A.P. società archeologica - Alberto Manicardi

Prove di Laboratorio: R&C Scientifica srl Dr.ssa Mirella Baldan

Analisi di termoluminescenza:

 R&C Scientifica s.r.l. - Emilio Urbani

Lettura apparati frescali:Federico Bellomi

Ricerca storica: Remo Scola Gagliardi

 

Impresa esecutrice: Vesentini Renato

Restaurato lapideo: Kourus

Restauro affreschi: Emma Colle

 

 

SAN GIOVANNI IN CAMPAGNA "ECCLESIA BAPTISMALIS"

A Bovolone, piccola cittadina della “bassa“ veronese, si trova il complesso battesimale di S.Giovanni composto di due chiese, la più antica a planimetria maggiore rispetto agli attuali alzati, l’altra a pianta ottagonale nel suo corpo principale. Nonostante gli studi storici (1), le campagne di scavo archeologico (2) ed il restauro conservativo (3), non si può dire con certezza se la  primitiva chiesa sia nata battesimale o  lo sia  divenuta solo dopo l'erezione del battistero, né per quanto tempo sia stata pieve, ma certo è che ha svolto il fondamentale ruolo sacramentale per più di mezzo  millennio, dall'VIII al XIII sec. 

Tale autorità-funzione, di cui solo l'ecclesia baptismalis aveva potestà, ha agevolato la permanenza del complesso nel tempo, fino al bassomedievo, periodo dove inizia il declino che lentamente condurrà l'ecclesia, priva di memoria, allo stato di rudere ed  il battistero alla falsa identità di fabbrica cinquecentesca. La storia del monumento è strettamente legata alle migrazioni dell'abitato bovolonese concentrato  in IX sec. nel Castrum e in XIV sec. nella Villa. Il restauro del complesso si è rivelato meravigliosa opportunità di ricerca e di lettura, non solo del modo di vivere ed operare della nostra civiltà dal periodo paleocristiano-altomedioevale ad oggi, ma anche dei profili umani più notevoli che qui hanno lasciato un segno. Nelle analisi delle fabbriche si sono rinvenuti eventi, manualità e saperi a volte imprevisti, ma è nella  particolare “architettura di relazione” tra “Uomo, natura e Creatore” che netta emerge la spina dorsale del palinsesto architettonico, il cui venir meno, nel tempo, ha svuotato le fabbriche del primigenio messaggio, inducendo obsolescenza materiale prima ed estetica poi. Ora, le datazioni dei materiali fornite dalla termoluminescenza, la comprensione stratigrafica, i riscontri archeologici, le analisi delle malte e l'apparato iconografico, hanno formato un corpo di conoscenze che ha trovato logica integrazione con gli eventi della storia locale e con le dinamiche del territorio. L'analisi incrociata dei dati ha aiutato a decifrare il sistema, connotandolo nella specificità e nel periodo di appartenenza, tanto da poter affermare che la prima chiesa è sorta al più tardi in VIII sec., se non già in V-VI.  

L'intima conoscenza degli oggetti si è tradotta in fase di  conservazione  in una maggiore responsabilità etica verso la testimonianza materiale, al punto da poter definire il progetto “opera di stratificazione intenzionale”. Il restauro protrae nel tempo la piena complessità comunicativa del documento, che depurato dagli inquinamenti e ricondotto alla spazialità sacra, vede riedificata “l'architettura di relazione” che l'ha prodotto.  Le necessarie ricostruzioni denunciano, con la tessitura ed i materiali impiegati, la loro attualità, pur essendo in armonia con la sede ospitante. La conservazione dei rapporti stratigrafici,  dei valori di superficie e di massa di ogni fase di vita dell'edificio ha ricondotto il segnale ad una intensa forza espressiva. Nelle  murature a vista la ricomposizione dei giusti rapporti tra la malta, la geometria del materiale da costruzione ed il tipo di tessitura, ha ripristinato le corrette interazioni della luce con i diversi paramenti. Anche per gli intonaci, nella ricomposizione delle mancanze, si sono ricercati i valori di superficie  in sintonia con la sede ospitante, attraverso le texture e le deformazioni dei piani. Il rapporto dialettico tra lacune e contorno è stato di figura-figura e di figura-sfondo, impostato nel rispetto dei bordi e con l'impiego di materiali già presenti nella fabbrica, specie per la sabbia scavata in loco, in grado di ripristinare colore e granulometria, rifrazione e riflessione della luce. E' fondamentale la luce, perché dà parola alla materia.   

Per la salvaguardia delle importanti emergenze archeologiche rinvenute all'interno delle fabbriche si è intervenuti attraverso l'uso di sistemi, per lo più arredi che impediscono il contatto diretto con i manufatti pur lasciandoli a vista. Il microclima pressocchè costante, la mancanza di insolazione e di agenti  atmosferici diretti, hanno suggerito l'uso di semplici interventi di consolidamento e di protezione, oltre alla stesura del necessario programma di manutenzione. 

Accanto ai materiali della tradizione (grassello, calce idraulica, sabbia, cocciopesto e polvere di marmo) si sono impiegati prodotti di derivazione industriale (profili e soglie in ferro per la creazione dei bordi che delimitano i piani pavimentali  in cotto dalle aree non calpestabili) la cui imprevista associazione   si configura come elemento di distinzione nella rielaborazione del documento ma anche di apertura al dialogo tra filosofie e culture diverse. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Giampaolo Quirinali architetto 

 

 

La visita del complesso permette la completa lettura dei diversi periodi di vita del monumento. La prima fase vede l'edificazione della chiesa: edificio liturgicamente orientato che mostra un impianto articolato di notevoli dimensioni (25,70x16,60 m). L'aula principale è  un ambiente di doppio modulo quadrato (15x7.5 m) concluso in un'abside profonda. Tale vano era affiancato ad oriente da due aule di dimensioni analoghe (4,20x3,15 m), una  delle quali absidata (forse il primo ambiente battesimale); un annesso ad U circondava l'impianto a T. Della fabbrica rimangono le  fondazioni in “cavo libero” (larghe 90-110 cm e alte 90 cm), che presentano una muratura  molto compatta di ciottoli di fiume e pietre romane lavorate, legate da una tenace malta grigia di sabbia e  calce, con  forte presenza di granuli, anche di grosse dimensioni. Sulle stesse permangono diversi elementi significativi (soglie, interfacce negative, lacerti di muri larghi 70 cm ...) che danno chiare indicazioni sui possibili sviluppi in alzato. Nel restauro si sono rinvenuti  mattoni radiali, a memoria della presenza di colonne che la tl  ha datato al sec. V. 

Davanti alla chiesa, in seconda fase, si ha l'erezione del battistero: fabbrica liturgicamente orientata dalla geometria approssimativa  di cui si conserva l'intera struttura fondale (larga circa 110 cm e alta  120-180 cm), un robustissimo muro continuo di ciottoli e cotto  allettati a mano per strati successivi e legati da una tenacissima malta di cocciopesto. Queste fondazioni, “in cavo armato”, si differenziano da quelle della chiesa  per i materiali utilizzati e per la tecnica esecutiva. Sulle stesse ed in fase  è presente, ruotata di 6-8 gradi, una fascia in alzato di muratura alta 20-30 cm e spessa 65, fatta di frammenti di tegoloni romani strigilati che testimoniano l'ampiezza del vano originario, largo circa 7,30 m.  Poco scostata dal centro geometrico della fabbrica, un'alta  e robusta struttura di fondazione, ben lavorata, in forma  ottagonale, di   laterizi  legati con malta di cocciopesto è prova del fonte ad immersione, deriva materiale del sacramento battesimale. L'emergenza archeologica nei lati est ed ovest si articola in due tronconi,   probabili basi di soprastanti gradini per l'ingresso e l'uscita dalla vasca, che conserva frammenti del materiale lapideo di rivestimento. La tl ha datato al VI sec un prelievo di cotto eseguito su questa struttura. Ecclesia e battistero erano i contenitori della plebs indirettamente documentata dalla Pagina Firmitatis dell'813,  plebs che in IX sec. si frammentò a seguito delle aggressioni ungare (860-890) e degli antagonismi interni. Le campagne si spopolarono, il complesso cadde in rovina e tra le mura amiche del castrum Bodoloni nacque la chiesa di S.Fermo.  

Ma S.Giovanni, con una terza fase, venne riedificato, probabilmente in X-XI sec. La funzione ed il materiale impiegato suggeriscono in primis la rifabbrica del battistero, di cui restano tutti gli alzati fin quasi all'altezza del primo cornicione e la porta d'accesso sul lato “in ora sesta”,  impostata esattamente sulla soglia dell'apertura di seconda fase. Della successiva ricostruzione dell' ecclesia, ridotta a navata unica, restano ampie porzioni di murature dei lati sud, est ed ovest. Le murature, a corsi malamente alternati di ciottoli disposti a spina pesce e frammenti laterizi, sono fatte di mattoni (romani e altomedioevali), pezzi di coppi, tegoloni, ciottoli e pietre di recupero. I  paramenti, tessuti all'interno di profili verticali di cotto (nel battistero) e di  robuste angolate di grandi elementi lapidei (nella chiesa) si caratterizzano, soprattutto nella chiesa,  per l'estrema eterogeneità dei  materiali adoperati e per la “grossolana” esecuzione costruttiva; sono spessi  65 cm alla base e si rastremano  verso l' alto fino a cm 50. La malta che lega il materiale da costruzione è poco tenace, ha colore grigio chiaro e presenta calcinaroli.  Di questa rifabbrica il devastante terremoto del 1117 pare abbia compromesso il solo  perimetrale nord della chiesa, risparmiando il battistero. La plebs venne a trovarsi, quindi, dopo  tale data, fornita di battistero, senza chiesa matrice, ma provvista della vicina chiesa castrense di S.Fermo, ubicata nel centro più popolato. L'inconsueta situazione giustifica la progressiva deriva a cappella campestre del sistema battesimale  e l'elevazione a  pieve  di S.Fermo.   L'esatta territorialità della plebs non si conosce, ma certo doveva estendersi oltre i confini comunali; sarebbe altrimenti difficile giustificare l'intervento di XIII sec., periodo storico che vede  una nuova emarginazione di S.Giovanni dovuta alla migrazione dei bovolonesi dal castrum alla villa. 

La quarta fase presenta la riedificazione del muro perimetrale nord, degli annessi laterali absidati e la completa ripavimentazione della chiesa con un battuto di malta di cocciopesto, steso su un povero vespaio. Mai come ora la fabbrica si esprime con forza in un impianto a T, composto da tre singole aule  comunicanti tra loro attraverso piccole aperture. La muratura rimasta, visibile nell'annesso orientale, ha uno spessore di 60 cm ed è formata da  ciottoli tessuti a spina pesce con qualche pietra lavorata di recupero ed inserti ordinati di frammenti di coppo, il tutto annegato in abbondante malta discretamente tenace e contenuto in angolate di mattoni disposti a dente di sega. In questo annesso si trovano mattoni datati dalla tl in XIII sec., alcuni dei quali, nell'abside, mostrano la partenza della semivolta in muratura che copriva il vano e che si riscontra anche come interfaccia negativa, nel contromuro; un frammento di epigrafe e gli interessanti lacerti di affresco rimasti rimandano al periodo. L'aggregarsi di Villa Bodoloni attorno alla chiesa di S.Biagio, che determinò la scomparsa del Castrum Bodoloni  e le disposizioni del Sinodo di Ravenna del 1311, che sancirono l'uguaglianza tra i battesimi ad immersione e ad infusione, portarono alla completa emarginazione e defunzionalizzazione del complesso battesimale, tanto che già nel 1454 il vescovo Ermolao Barbaro lo menziona solo come cappella campestre, bisognosa di essere riparata e chiusa con chiavi.  

Alla grave situazione porrà rimedio frà Giovanni da Legnago nella seconda decade del 500. La radicale ristrutturazione aprirà una controversia con il parroco Don Lucido De Burgo che sarà risolta solo con una bolla di papa Clemente VII.   Rimane molto del lavoro dei frati che segna la quinta fase di S.Giovanni, lavoro perlopiù concentrato all'interno della chiesa e nel campanile. La muratura,  ben tessuta a corsi alternati disposti in piano e a spina pesce, ha uno spessore di 48-50 cm è fatta di ciottoli e mattoni datati dalla tl di XVI sec. La malta usata è di color nocciola chiaro, poco tenace e presenta molti calcinaroli, pure di grandi dimensioni. Dei frati è anche la copertura dell'oratorio con una cupola a base circolare scompartita in otto fusi da costoloni e affrescata con 2 cicli pittorici sovrapposti, l'uno sulla vita del Battista l'altro sulla Passione di Cristo. 

A metà  seicento  la dipartita dei frati e la cura d'anime, sempre più concentrata nella parrocchiale di S.Biagio in Villa Bodoloni, portano il complesso ad una rapida deriva verso la funzione agricola, riscontrata in sesta fase e testimoniata dalla presenza di nuovi edifici ad uso non religioso. 

Sul finire del secolo, in settima fase, si registra la scomparsa dell' ecclesia, trasformata in annesso agricolo e la rielaborazione del battistero attraverso la costruzione di un presbiterio a forma di croce greca. La primitiva chiesa, nel catasto Napoleonico del 1816, con la casa colonica, formava un unico mappale definito “Casa da massaro con campanile”, mentre l'ex battistero era censito come “Oratorio privato di S.Giovanni”. 

Alla completa  perdita di radici e memoria sono seguiti secoli di oblio e d' incuria sino alla riscoperta dei nostri tempi, che ha portato al restauro con l'ottava fase di vita del complesso.

 

(1)  R. SCOLA GAGLIARDI, La pieve di Bovolone. Indagine storico artistica, Verona 1997 

(2)  A. BREDA, A. MANICARDI, Bovolone. Indagini archeologiche nella Pieve di S.Giovanni in Campagna. Nota preliminare, in Quaderni di Archeologia del Veneto, XVIII - 2002

(3)  G. QUIRINALI,   San Giovanni in campagna “Ecclesia baptismalis“  Lettura e restauro conservativo di un monumento,  Bovolone 2006